DECADENTISMO e SIMBOLISMO

LA MORTE DI CHATTERTON – Henry Wallis (1856)

ANNUNCIAZIONE – Edward Burne Jones (1879)

LA SCALA – Edward Burne Jones (1880)

“…In fondo al corridoio penzolava una tenda verde e sdrucida che ondeggiò alla folata di vento che lo aveva seguito dalla strada. Dorian la scostò ed entrò in una stanza lunga e bassa che sarebbe potuta essere un tempo una sala da ballo di terz’ ordine. Lampade a gas, la cui luce violenta e accecante si rifletteva offuscata e distorta negli specchi sudici, pendevano alle pareti, addossate a bisunti riflettori di stagno che proiettavano tremanti dischi di luce. Il pavimento era coperto di segatura color dell’ ocra, qua e là ridotta a fanghiglia: dove era stato versato del liquore comparivano cerchi scuri. Alcuni malesi, accucciati vicino ad una stufetta a carbone, giocavano con delle monete di osso, svelando nel chiacchiericcio il biancore dei denti. In un angolo, un marinaio era riverso su un tavolo, con la testa nascosta tra le braccia; al bancone dipinto con colori sgargianti, che correva lungo il lato interno della sala, erano sedute due donne smunte che si prendevano gioco di un vecchio intento a strofinarsi la manica della giacca con un’ espressione di disgusto. ” Crede di aver adosso le formiche rosse,” disse ridendo una delle due, mentre Dorian passava loro accanto. L’uomo la guardò con terrore e si mise a piagnucolare. In fondo alla stanza c’era una scaletta che conduceva ad una camera buia. Mentre Dorian saliva in fretta i tre scalini sconnessi, il greve odore dell’oppio gli venne incontro. Lo aspirò profondamente, e le narici ebbero un fremito di piacere. Appena entrato, un giovane dai lunghi capelli biondi, chino su una lampada nell’atto di accendere una pipa lunga e sottile, alzò lo sguardo e gli fece un esitante cenno di saluto col capo…”

IL RITRATTO DI DORIAN GRAY – Oscar Wilde (1890)

 

Un bubbolìo lontano. . .

Rosseggia l’orizzonte,

come affocato, a mare:

nero di pece, a monte,

stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un’ala di gabbiano.

IL TEMPORALE – Giovanni Pascoli (1891)

INTERIOR AL AIRE LIBRE – Ramon Casas (1892)

“…E poichè egli ricercava con arte, come un estetico, traeva naturalmente dal mondo delle cose molta parte della sua ebrezza. Questo delicato istrione non comprendeva la commedia dell’ amore senza gli scenarii. Perciò la sua casa era un perfettissimo teatro; ed egli era una bilissimo apparecchiatore. Ma nell’artifico quasi sempre egli metteva tutto sé; vi spendeva la sua ricchezza del suo spirito largamente; vi si obliava cosi che non di rado rimaneva ingannato dal suo stesso inganno, insidiato dalla sua stessa insidia, ferito dalle sue stesse armi, a simiglianza d’ un incantatore il quale fosse preso nel cerchio stesso del suo incantesimo…”

IL PIACERE – Gabriele D’Annunzio (1894)

…A castello, le case che si serrano in fila sul ciglio tortuoso del monte a godersi il sole e la veduta del lago in profondo, tutte bianche e ridenti verso l’aperto, tutte scure verso quell’altra disgraziata fila di case che si attrista dietro a loro, somigliano a certi fortunati del mondo che di fronte alla miseria troppo vicina prendono un sussiego ostile, si stringono l’uno all’altro, si aiutano a tenerlo indietro. Fra questi guadenti, casa Rigey è una delle più scure di fronte alla poveraglia delle case villane, una delle più chiare di fronte al sole. Dalla porta di strada un andito stretto e lungo mette ad una loggetta aperta da cui si cala per pochi scalini sulla terrazza bianca che, fra il salotto di ricevimento e un’ alta muraglia senza finestre, si affaccia sull’orlo del monte, spia giù i burroni ond’esce il Soldo, spia il lago fino ai golfi verdi dei Birosni e del Doi, fino alle discese serene di là da Caprino e da Gandria…”

PICCOLO MONDO ANTICO – Antonio Fogazzaro (1895)

 

“…Nel muro di sostegno verso il lago, battuto al piede dell’onda piena della breva, egli aveva praticato dei fori e piantato, per consiglio di Franco Maironi, alquante agavi americane, alquanti rosai e capperi, fasciando cosi, come soleva dire, con una elegante forma poetica, il sostanzioso contenuto dell’orto. E per amore di poesia aveva lasciato incolto un breve angolo dell’orto stesso. Vi era cresciuto un canneto altissimo e a questo cannetto il professore aveva addossato una specie di belvedere, un alto palco di legno, alquanto rustico e primitivo, dove nella buona stagione passava qualche gradevole ora leggendo, al fresco della breva, al mormorio del canneto e delle onde, i libri mistici che amava. Da lontano il colore del palco si confondeva con quello del canneto ed il professore pareva seduto in aria col suo libro in mano, come un mago. Teneva nel salotto la bibliotechina dell’orticoltura; i libri mistici, i trattati di necromanzia, di gnosticismo, gli scritti sulle allucinazioni e sui sogni li teneva in uno studiolo vicino alla camera da letto, in una specie di cabina di nave dove il lago e il cielo parevano entrare dalla finestra…”

PICCOLO MONDO ANTICO – Antonio Fogazzaro (1895)

“…Quando si svegliò, trovò che calava la notte, uno di quei tristi tramonti di bella giornata invernale. Restò di nuovo indeciso, seduto sul letto. Altre volte, in quelle ore, egli aveva studiato. I suoi libri dallo scaffale gli si offrivano invano. Tutti quei titoli annunziavano della roba morta, non bastevole a far dimenticare neppure per un istante la vita, il dolore ch’ egli sentiva muoversi nel seno…”

SENILITA’ – Italo Svevo (1898)

“…Andavo, secondo l’ispirazione del momento, o nelle vie più popolate o in luoghi solitarii. Ricordo, una notte, in Piazza San Pietro, l’impressione di sogno, d’un sogno quasi lontano, ch’io m’ebbi da quel mondo secolare, racchiuso lì, tra le braccia del portico maestoso, nel silenzio che pareva accresciuto dal continuo fragore delle due fontane. M’accostai a una di esse, e allora quell’acqua soltanto mi sembrò viva, lì, e tutto il resto quasi spettrale e profondamente malinconico nella silenziosa, immota solennità…” 

IL FU MATTIA PASCAL – L. Pirandello (1904)

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