NEOGOTICO

“…Le comunicò una sorta di momentanea gioia accorgersi che un raggio incerto della luna, in parte coperta dalle nubi, penetrava dal soffitto del sotterraneo, che sembrava essere crollato, e da cui pendeva un pezzo di terreno o di muratura, non riusciva a distinguerlo bene, che apparentemente era sprofondato all’interno. Stava avanzando impaziente verso questa crepa, quando distinse una forma umana in piedi contro il muro…”

IL CASTELLO DI OTRANTO – Walpole (1764)

“…Dio mio che rumore è questo? San Nicola, perdonami! Stavo solo scherzando. – E’ il vento – disse Matilda – che fischia tra i merli della torre…”

IL CASTELLO DI OTRANTO – Walpole (1764)

“…Maria santissima – disse Bianca trasalendo -. Eccolo di nuovo! Cara signora non sentite niente? Di certo questo castello è infestato dagli spiriti. – Taci!- disse Matilda – e ascolta! Mi pareva di aver sentito una voce… Ma devo essermela immaginata; temo che tu mi abbia contagiata con le tue paure. – E’ vero! è vero! – disse Bianca quasi piangendo per l’angoscia -. Sono sicura di aver sentito una voce. – Ci dorme qualcuno nella camera qui sotto? – chiede la principessa .- Nessuno a osato dormire lì- rispode Bianca -, da quando affogò il grande astrologo che era il tutore di vostro fratello…

IL CASTELLO DI OTRANTO – Walpole (1764)

 

ABBAZIA NEL QUERCETO – Caspar David Friedrich (1810)

CATTEDRALE GOTICA SULL’ACQUA – Karl Friedrich Schinkel (1813)

 

“…Al di sotto di Magonza il corso del Reno si fa più pittoresco. Il fiume scorre rapido, e serpeggia tra colline non alte, ma ripide e di forma bellissima. Vedemmo molti castelli in rovina, drizzarsi sull’orlo di precipizi, circondati da neri boschi, ad altezze difficilmente accessibili. Questa parte del Reno offre uno spettacolo singolarmente vario. In un punto si vedono aride colline e castelli in rovina a picco su tremendi precipizi, sotto i quali il fiume scorre cupo; si doppia un promontorio e il paesaggio è dominato da fertili vigne, da declivi verdeggianti, dalle curve sinuose del fiume, da popolose città…”

FRANKENSTEIN – Mary Shelley (1816)

 

“…Gli orologi della città avevano appena battuto le tre, ma era già abbastanza buio (per tutto il giorno il sole non si era fatto vedere) e le candele mandavano la loro luce tremula dalle finestre degli uffici vicini, simili a macchie rossastre sulla palpabile aria scura. La nebbia si intrufolava da ogni fessura e buco di serratura, e fuori era tanto densa che, nonostante il cortile fosse strettissimo, le case di fronte non erano più che fantasmi. Vedendo la fosca nube che la Natura abitasse là vicino e facesse birra su vasta scala…”

CANTO DI NATALE – Charles Dickens (1843)

 

“…Intanto la nebbia e l’oscurità si erano talmente infittite che alcuni andavano in giro con delle torce fiammanti offrendosi di far strada ai cavalli attaccati alle carrozze. L’antico campanile di una chiesa, la cui vecchia, burbera campana occhieggiava di continuo Scrooge dall’alto di una finestra gotica, divenne inviibile e suonò le ore e i quarti nelle nuvole, facendoli seguire da tremule vibrazioni, come se lassù il gelo gli facesse battere i denti. Il freddo si fece intenso…”

CANTO DI NATALE – Charles Dickens (1843)

Sorgono e in agili file dilungano
gl'immani ed ardui steli marmorei,
e ne la tenebra sacra somigliano
di giganti un esercito

che guerra mediti con l'invisibile:
le arcate salgono chete, si slanciano
quindi a vol rapide, poi si rabbracciano
prone per l'alto e pendule.

Ne la discordia cosí de gli uomini
di fra i barbarici tumuli salgono
a Dio gli aneliti di solinghe anime
che in lui si ricongiungono.

Io non Dio chieggovi, steli marmorei,
arcate aeree: tremo, ma vigile
al suon d'un cognito passo che piccolo
i solenni echi suscita.

È Lidia, e volgesi: lente nel volgersi
le chiome lucide mi si disegnano,
e amore e il pallido viso fuggevoli
tra il nero velo arridono.

Anch'ei, tra 'l dubbio giorno d'un gotico
tempio avvolgendosi, l'Alighier, trepido
cercò l'imagine di Dio nel gemmeo
pallore d'una femina.

Sott'esso il candido vel, de la vergine
la fronte limpida fulgea ne l'estasi,
mentre fra nuvoli d'incenso fervide
le litanie salíano;

salian co' murmuri molli, co' fremiti
lieti saliano d'un vol di tortore,
e poi con l'ululo di turbe misere
che al ciel le braccia tendono.

Mandava l'organo pe' cupi spazii
sospiri e strepiti: da l'arche candide
parea che l'anime de' consanguinei
sotterra rispondessero.

Ma da le mitiche vette di Fiesole
tra le pie storie pe' vetri roseo
guardava Apolline: su l'altar massimo
impallidiano i cerei.

E Dante ascendere tra inni d'angeli
la tosca vergine transfigurantesi
vedea, sentiasi sotto i piè ruggere
rossi d'inferno i baratri.

Non io le angeliche glorie né i démoni,
io veggo un fievole baglior che tremola
per l'umid'aere: freddo crepuscolo
fascia di tedio l'anima.

Addio, semitico nume! Continua
ne' tuoi misterii la morte domina.
O inaccessibile re de gli spiriti,
tuoi templi il sole escludono.

Cruciato martire tu cruci gli uomini,
tu di tristizia l'aër contamini:
ma i cieli splendono, ma i campi ridono,
ma d'amore lampeggiano

gli occhi di Lidia. Vederti, o Lidia,
vorrei tra un candido coro di vergini
danzando cingere l'ara d'Apolline
alta ne' rosei vesperi

raggiante in pario marmo tra i lauri,
versare anemoni da le man, gioia
da gli occhi fulgidi, dal labbro armonico
un inno di Bacchilide.

CARDUCCI – In una chiesa gotica – Odi Barbare (1876)

“…A due porte dall’ angolo, sul lato sinistro della strada procedendo verso est, la linea era spezzata dall’ ingresso di un cortile, e , proprio in quel punto, sorgeva sulla via un sinistro fabbricato. Era alto due piani; non presentava finestre, solo una porta al piano inferiore, e una facciata cieca con il muro scolorito al piano superiore; recava in tutto i segni di una prolungata e sordida negligenza. La porta, senza campanello nè battaglio, era sudicia e screpolata. I vagabondi sonnecchiavano nel van, e accendevano i fiammiferi sui battenti; i bimbi giocavano sui gradini, e gli scolari avevano provato il loro temperino sul legno; e per quasi una generazione nessuno era mai apparso a cacciar via gli inopportuni visitatori nè a riparare le loro malefatte…”

R.L.STEVENSON – Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hide (1886)

“…Che si tratti di rocce ammassate dalla natura nelle ere geologiche, dopo le ultime convulsioni della terra, o di costruzioni, fatte dalla mano dell’ uomo e su cui è passato il soffio del tempo il loro apsetto è quasi lo stesso quando si osservano a qualche miglia di distanza. La pietra greggia e la pietra lavorata si confondono facilmente. Da lontano: lo stesso colore, gli stessi tratti, le stesse deviazioni delle linee nella prospettiva, la stessa tinta uniforme sotto la patina grigiastra dei secoli. Questo era l’aspetto del burg – detto anche castello dei Carpazi. Non sarebbe stato possibile riconoscerne le forme indecise su quell’altopiano di Orgall che esso domina, alla sinistra del colle di Vulkan. Il suo rilievo non si differenzia dallo sfondo delle montagne. Ciò che si è tentati di prendere per un maschio è forse soltanto una piccola montagna di pietre. Chi lo guarda crede di vedere i merli di una cortina dove forse c’è solo una cresta rocciosa. L’insieme è vago, fluttuante, incerto. Cosi, a voler credere a vari turisti, il castello dei Carpazi esiste solo nell’ immaginazione della gente del comitato. Evidentemente il mezzo più semplice per assicurarsene sarebbe quello di promettere un premio a una guida di Vulkan o di Werst, di risalire la gola fino in cima e di visitare l’insieme delle costruzioni. Solo che è più difficile trovare una guida che trovare la strada per il burg. Nel paese dei due Sil nessuno, a qualsiasi prezzo, acconsentirebbe ad accompagnare un viaggiatore al castello dei Carpazi. Comunque sia, ecco quello che si potrebbe vedere di quella antica dimora con un cannocchiale, più potente e meglio centrato di quello strumento da quattro soldi che Frik aveva comprato per con di mastro Koltz. A otto o novecento piedi dietro al colle di Vulkan una cerchia di mura color gres, rivestita da un groviglio di piante piestrificate, che correva per quattro-cinquecento tese, aderendo ai dislivelli dell’altopiano; ad ogni estremità, due bastioni d’angolo con quello di destra, su cui si innalzava il famoso faggio, che aveva in cima una piccola torretta o casotto col tetto a punta; a sinistra, pezzi di muro sostenuti da contrafforti traforati reggevano il campanile di una cappella la cui campana dal suono fesso si mette ad oscillare quando ci sono forti burrasche con grande spavento della gente della contrada; nel mezzo, in fine, coronato della sua piattaforma a merli, un maschio pesante con tre file di finestre, ammanigliate con piombo e col primo piano circondato da una terrazza circolare; sulla piattaforma c’era una lunga asta metallica ornata dallo “stemma” feudale, una specie di bandeurola saldata dalla ruggine e che un ultimo colpo del vento di nord-ovest aveva fissato a sud-est. Quanto a ciò che racchiudeva la cinta di mura che era rotta in più punti, se esistesse una qualche costruzione abitabile all’interno, se un ponte levatoio o una postierla permettessero di penetrarvi, lo si ignorava da molti anni. In realtà, benchè il castello dei Carpazi fosse in condizione migliori di quanto non paresse, un terrore contagioso, aumentato dalla superstizione, lo progetteva come l’avevano protetto in passato i suoi basilischi, le bombarde, le colubrine e gli altri pezzi di artiglieria dei secolo che furono. E tuttavia il castello dei Carpazi avrebbe meritato di essere visitato da turisti ed antiquari. La sua posizione sulla cresta dell’altipiano di Orgall è straordinariamente bella. Dalla piattaforma superiore del maschio la vista si estende fino all’estremo limite delle montagne. Alle sue spalle ondula l’alta catena, cosi capricciosamente ramificata, che segna il confine della Valacchia…”

IL CASTELLO DEI CARPAZI – Jules Verne (1892)

“…Il castello dei Carpazi risale al XII o XIII secolo. In quel tempo, sotto la dominazione dei capi o vovoidi, monasteri, chiese, palazzi, castelli venivano fortificati con la stessa cura dei villaggi o delle borgate. Signori e contadini dovevano premunirsi contro aggressioni di ogni genere. Questo spiega perchè l’antica cortina del burg, i suoi bastioni e il suo maschio gli danno l’aspetto di una costruzione feudale, pronta alla difensiva. Quale architetto l’ha edificato su quell’altopiano e a quell’altezza? Nessuno lo sa e quell’audace artista è sconosciuto, a meno che non si tratti del rumeno Manoli, cosi gloriosamente celebrato nelle leggende valacche e che costruì a Curtea de Arges il celebre castello di Rodolfo il Nero…”

IL CASTELLO DEI CARPAZI – Jules Verne (1892)

“…Nick Deck risentiva appena la fatica di quella dura salita. In piedi, immobile, divorava con gli occhi quel castello dei Carpazi a cui non si era mai avvicinato. Davanti a lui si allargava una cinta merlata difesa da un profondo fossato e il cui unico ponte levatoio era rialzato contro una postierla inquadrata in uno stipite di pietra. Intorno alla cinta, sull’altopiano dell’Orgall, tutto era silenzio ed abbandono. Un resto di luce consentiva di abbracciare con lo sguardo l’insieme del burg che sfumava confusamente nelle ombre della sera. Non c’era nessuno sul parapetto della cortina, nessuno sulla piattaforma superiore del maschio, nessuno sulla terrazza circolare del primo piano. Non un filo di fumo si arrotolava sulla stravagante banderuola mangiata da una ruggine secolare…” 

IL CASTELLO DEI CARPAZI – Jules Verne (1892)

“…Franz, silenzioso, contemplava l’insieme delle costruzioni dominate dal massiccio maschio centrale. Là certamente, sotto quell’ ammasso confuso si celavano ancora sale a volta, ampie e sonore, lunghi corridoi labirintici, bugigattoli sepolti nelle viscere della terra, quali ne possedevano ancora le fortezze degli antici magiari. Nessun’ altra abitazione avrebbe potuto convenire meglio di quell’antico maniero all’ultimo discendente della famiglia de Gortz per seppellirvisi in un oblio di cui nessuno avrebbe potuto conoscere il segreto. E più il giovane conte ci pensava, e più si persuadeva che Rodolphe de Gortz si era sicuramente rifugiato dietro i bastioni isolati del suo castello dei Carpazi. Nulla per altro rivelava la presenza di ospiti di qualsiasi genere all’interno del maschio. Non un filo di fumo saliva dai suoi camini, non un rumore usciva dalle finestre ermeticamente chiuse. Nulla – nemmeno il grido di un uccello – turbava il mistero della tenebrosa dimora...”

IL CASTELLO DEI CARPAZI – Jules Verne (1892)

 

“…Immerso nel buio, il cortile del castello sembrava piuttosto grande: i numerosi e tetri sentieri che si allontanavano come tentacoli sotto grandi archi a tutto sesto lo facevano apparire persino più grande di quanto non sia realmente. Ancora non sono riuscito a vederlo alla luce del giorno…”

DRACULA – Bram Stoker (1897)

“…Poi ha preso il mio bagaglio e lo ha posato vicino a me davanti a un grande portone costellato di grossi chiodi di ferro e incardinato in un massiccio portale di pietra sporgente. Anche con la luce soffusa sono riuscito a vedere che la pietra era interamente scolpita, ma gli intarsi erano stati consumati dagli anni e dalle intemperie…”

DRACULA – Bram Stoker (1897)

 

“…Un edificio triste ed in rovina appolaiato sul fianco scosceso della collina, con un grande cortile abbandonato risalente ai tempi in cui la regione era ancora in gran parte costituita da aperta campagna…”

LA CASA STREGATA – Lovecraft (1924)

“…Durante la mia infanzia, la casa abbandonata era rimasta vuota, con i suoi raccapriccianti alberi spettrali, il suo prato selvaggio e scolorito, e le erbacce incolte come quelle di un incubo che avevano ricoperto la terrazza sulla quale non si posavano mai gli uccelli. Noi ragazzi ci recavamo spesso nei dintorni a giocare, e ricordo ancora il mio terrore infantile non solo per la sinistra stranezza dalla torva vegetazione, ma soprattutto per lodore e latmosfera soprannaturale che incombevano sulledificio diroccato, nel cui portale principale, rimasto aperto, entravamo alla ricerca del brivido. Le finestrelle pannellate erano quasi del tutto rotte, ed un senso indefinibile di desolazione aleggiava sulle persiane in equilibrio precario che si muovevano allinterno, sulla carta da parati strappata, sullintonaco cadente, sulle scale traballanti e sui resti di mobilio tarlato che ancora rimanevano in piedi…”

LA CASA STREGATA – Lovecraft (1924)

 

FRANKENSTEIN JUNIOR – Regia di Mel Brooks (1974)

DYLAN DOG “IL CASTELLO DELLA PAURA” – Tiziano Sclavi (1988)

NOTRE DAME DE PARIS – Musica di Riccardo Cocciante (1998)

 

IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW – Regia di Tim Burton (1999)

HARRY POTTER E LA PIETRA FILOSOFALE – Regia di Chris Colubus (2001)

VAN HELSING – Regia di Stephen Sommers(2004)

FRANKENWEENIE – Regia di Tim Burton (2012)

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