REALISMO MAGICO

CASE DI VIA BERNARDINO GALLIARI – FELICE CASORATI  (1926)

ESTUARIO – CAGNACCIO DI SAN PIETRO  (1931)

PAESAGGIO CON CASEGGIATI – CAGNACCIO DI SAN PIETRO  (1932)

“…”E dov’è la fortezza allora?” chiese Drogo, improvvisamente irritato contro quell’ uomo.“Che fortezza? Forse quella?” e così dicendo lo sconosciuto denteva un braccio, ad indicare qualcosa. In uno spiraglio delle vicine rupi, già ricoperte di buio, dietro una caotica scalinata di creste, a una lontananza incalcolabile, immerso ancora nel rosso sole del tramonto, come uscito da un incantesimo, Giovanni Drogo vide allora un nudo colle e sul ciglio di esso una striscia regolare e geometrica, di uno speciale colore giallastro: il profilo della Fortezza. Oh quanto lontana ancora. Chissà quante ore di strada, e il suo cavallo era già sfinito. Drogo la fissava affascinato, si domandava che cosa ci potesse essere di desiderabile in quella solitaria bicocca, quasi inacessibile, cosi separata dal mondo. Quali segreti nascondeva? Ma erano gli ultimi istanti. Già l’ultimo sole si staccava lentamente dal remoto colle e su per i gialli bastioni irrompevano le livide folate della notte sopraggiungente…”

IL DESERTO DEI TARTARI – D. BUZZATI  (1940)

“…Il forte era silenzioso, immerso nel pieno sole meridiano, privo di ombre. I suoi muri ( il fronte non si scorgeva essendo riolto a settentrione) si stendevano nudi e giallastri. Un camino emetteva pallido fumo. Lungo tutto il ciglione dell’ edificio centrale , delle mua e delle ridotte, si vedevano decine di sentinelle, col fucile in spalla, camminare su e giù metodiche, ciascuna per un piccolo tratto. Simili a moto pendolare, esse scandevano il cammino del tempo, senza rompere l’ incanto di quella solitudine che risultava immensa…”

IL DESERTO DEI TARTARI – D. BUZZATI  (1940)

…E improvvisamente, attraverso uno squarcio della bufera, a una distanza incalcolabile, comparvero i lumi della Fortezza. Parevano infiniti, come di un castello incantato, immerso nel tripudio di carnevali antichi…”

IL DESERTO DEI TARTARI – D. BUZZATI  (1940)

“…E allora gli parve di vedere le mura giallastre del cortile levarsi altissime verso il cielo di cristallo e sopra di esse, al di là, ancora più alte, solitarie torri,muraglioni a sghembo coronati di neve, aerei spalti e fortini, che non aveva mai prima notato. Una luce chiara dall’occidente ancora li illuminava ed essi misteriosamente cosi splendevano di una impenetrabile vita. Mai Drogo si era accorto che la Fortezza fosse cosi complicata ed immensa. Vide una finestra (o una feritoia?) aperta sulla valle, a quasi incredibile altezza. Lassù dovevano esserci uomini che egli non conosceva, forse anche qualche ufficiale come lui, del quale avvrebbe potuto essere amico. Vide ombre geometriche di abissi fra bastione e bastione, vide esili ponti sospesi fra i tetti, strani portoni sprangati a filo delle muraglie, antichi spiombatoi bloccati, lunghi spigoli incurvati dagli anni…”

IL DESERTO DEI TARTARI – D. BUZZATI  (1940)

“…In mezzo a un fitto bosco, un castello dava rifugio a quanti la notte aveva sorpreso in viaggio: cavalieri e dame, cortei reali e semplici viandanti. Passai un ponte levatoio sconnesso, smontai di sella in una corte buia, stallieri silenziosi presero in consegna il mio cavallo. Ero sanza fiato; le gambe mi reggevano appena: da quando ero entrato nel bosco tali erano state le prove che mi erano occorse, gli incontri, le apparizioni, i duelli, che non riuscivo a ridare un ordine nè ai movimenti nè ai pensieri. Salii una scalinata; mi trovai in una sala alta e spaziosa: molte persone – certamente anch’essi ospiti di passaggio, che m’ avevano preceduto per le vie della foresta – sedevano a cena attorno ad un desco illuminato da candelieri…Ma a questa mensa, a differenza di ciò che avviene sempre nelle locande, e pure nelle corti, nessuno preferiva parola. Quando uno degli ospiti voleva chiedere al vicino che gli passasse il sale o lo zenzero, lo faceva con un gesto, e ugualmente con gesti si rivolgeva ai servi perchè gli trinciassero una fetta di timballo di fabiano o gli versassero mezza pinta di vino. Deciso a rompere quel che credevo un torpore delle lingue dopo le fatiche del viaggio, feci per sbottare in un’ escalamazione clamorosa come: “Buon pro!” “Alla buon’ ora!” “Qual buon vento!” ma dalla mia bocca non uscì alcun suono. Il tambureggiare dei cucchiai e l’acciottolio di coppe e stoviglie bastavano a convincermi che non ero diventato sordo: non mi restava che supporre d’ esser diventato muto. Me lo confermarono i commensali, muovendo anch’ essi le labbra in silenzio con aria graziosamente rassegnata: era chiaro che la traversata del bosco era costata a ciascuno di noi la perdita della favella…”

IL CASTELLO DEI DESTINI INCROCIATI – I. CALVINO  (1960)

“…La camera era imponente, la mia valigetta mi aveva preceduto per vie misteriose e stava su uno sgabello di corda, la vasca era già piena d’ acqua e di spuma, io mi immersi e poi mi avvolsi in un asciugamano di lino, le finestre si aprivano sul mare d’ Oman, era ormai quasi giorno chiaro, con una luce rosata che tingeva la spiaggia, la vita dell’ India, sotto il Taj Mahal, riprendeva il suo brulicare, le pesanti tende di velluto verde scorrevano dolci e morbide come un sipario, io le feci scorrere sul paesaggio e la camera fu solo penombra e silenzio, il ronzio pigro e confortante del ventilatore mi cullò, feci appena in tempo a pensare che anche quello era un lusso superfluo perchè nella camera c’era una climatizzazione perfetta, e arrivai subito ad una vecchia cappella su un colle mediterraneo, la cappella era bianca e faceva caldo, eravamo affamati e Xavier ridendo tirava fuori da un cesto dei panini e del vino fresco, anche Isabel rideva, mentre magda stendeva una coperta sull’ erba, lontano sotto di noi c’era il celeste del mare e un asino solitario ciondolava all’ ombra della cappella. Ma non era un sogno, era un ricordo vero: guardavo nel buio della camera e vedevo quella scena lontana che mi pareva un sogno perchè avevo dormito molte ore e il mio orologio segnava le quattro del pomeriggio. Rimasi a lungo a letto a pensare a quei tempi, ripercorsi paesaggi, volti, vite…”

NOTTURNO INDIANO – A. TABUCCHI  (1984)

 

“…Lungo il patio si alzava la veranda sulla quale si affacciavani le camere, fra le pietre del cortile correva un coniglio bianco. C’ era una famiglia indiana che cenava a un tavolo in fondo. Accanto al mio tavolo c’ era una signora bionda dall’ età indefinibile, di una sfiorita bellezza. Mangiava con ter dita, all’ indiana, facendo esatte pallottoline col riso e intingendole nel sugo. Mi parve inglese, e difatti lo era. Aveva uno sguardo folle, ma solo di tanto in tanto. Poi mi raccontò una storia che non mi sembra il caso di riferire. Può anche essere stato un sogno inquieto. Del resto l’ hotel Zuari non favorisce sogni rosei…”

NOTTURNO INDIANO – A. TABUCCHI  (1984)

“…Sostiene Pereira di averlo conosciuto in un giorno d’ estate. Una magnifica giornata d’ estate, soleggiata e ventilata, e Lisbona sfavillava. Pare che Pereira stesse in redazione, non sapeva che fare, il direttore era in ferie, lui si trovava nell’ imbarazo di mettere su la pagina culturale, perchè il “Lisboa” aveva ormai una pagina culturale, e l’avevano affidata a lui. E lui, Pereira, rifletteva sulla morte. Quel bel giorno d’ estate, con la brezza atlantica che accarezzava le cime degli alberi e il sole che splendeva, e con una città che scintillava, letteralmente scintillava sotto la sua finestra, e un azzurro, un azzurro mai visto, sostiene Pereira, di un nitore che quasi feriva gli occhi, lui si mise a pensare alla morte…”

SOSTIENE PEREIRA – A. TABUCCHI  (1994)

 

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