REALISMO

“…Scrooge consumò la sua malinconica cena nella solita malinconica taverna e, dopo aver letto i giornali e ingannato il resto della serata con un esame del suo conto in banca, tornò a casa per coricarsi. Viveva nelle stanze che erano state del socio scomparso. Era un appartamento buio in una costruzione bassa, in fondo ad un cortile. Era una posizione cosi poco felice che veniva da pensare che fosse arrivata li quando era ancora una casetta giovane e giocava a nascondino con le altre case; poi doveva aver perso la strada senza più ritrovarla. Ormai era abbastanza vecchia, e abbastanza desolata, perchè nessuno ci viveva al di fuori di Scrooge, essendo tutte le altre stanze adibite a uffici. Il cortile era cosi buio che perfino Scrooge, che ne conosceva ogni singola pietra, preferiva avanzare a tentoni. Nebbia e gelo incombevano cosi cupi sul vecchio portone nero della casa, che pareva ci fosse il Genio del Tempo seduto sulla soglia, immerso in qualche lugubre pensiero…”

CANTO DI NATALE – Charles Dickens (1843)

 

“…Abbandonarono la via principale imboccando una strada secondaria di cui aveva un vivo ricordo. Presto giunsero a una palazzina di mattoni rosso scuro. Sul tetto, in una piccola cupola sormontata da una banderuola, c’era una campana. Era una grande casa, ma aveva conosciuto tempi migliori, perchè le spaziose stanze di servizio erano poco utilizzate, i muri umidi e pieni di muffa, le finestre rotte e i cancelli sgangherati; il pollame zampettava e chiocciava nele scuderie; l’ erba aveva invaso i capanni e le rimesse. Nè recava traccia dell’ antico stato all’ interno, giacchè, dopo essere entrati dall’ ingresso desolato e aver sbirciato attraverso le porte aperte di tante stanze, le trovarono male arredate, fredde e spoglie. C’ era odore di terra nell’aria, un’ atmosfera di gelida nudità che faceva pensare in qualche modo a troppi risvegli a luce di candela e a troppo poco da mangiare…”

CANTO DI NATALE – Charles Dickens (1843)

 

LA SARDIGNA A LIVORNO – Giovanni Fattori (1865-67)


I.
Fu a mezzo ottobre, quando si fan gialle
Le foglie, e al primo soffio che diserra
Il monte su la valle
Cascano in folla a terra;

Fu a mezzo dell’ottobre disadorno,
Che a la modesta villa,
Dov’ebbero tranquilla
Dimora i padri miei, feci ritorno.

Dopo l’assenza di molt’anni al loco
Feci ritorno dell’infanzia mia;
Partii fanciullo e poco
Men che adulto or venia:

Nessuno ravvisarmi avria saputo,
Ma gli antichi cipressi
Vidermi appena, ch’essi
Mossero il capo in segno di saluto.

Furon dinanzi del cancel piantati
Da non so quale de’ miei vecchi stessi
Que’ due vecchi cipressi;
E là come soldati

Stan da gran tempo a guardia del mio tetto,
E mi conobber tosto,
Perchè ai lor piè deposto
Io soleva giocar da pargoletto.

II.
Le scale ascesi e penetrai le stanze
Che gran tempo di passi e voci umane
Furon mute, e ove leggonsi le usanze
D’un’età spenta in quel che ne rimane.

Il padre mio che preferì altra sede,
Presso quel lago ch’ei descrisse in rima,
Là morir scelse, e non aveva prima
Più da molt’anni qui rimesso il piede.

O alti stipi addossati a la parete,
Seggioloni, erti letti e mense gravi,
O vecchi arredi a cui le meste o liete
Vicende e i sensi noti fur degli avi;

Io vi ammiro in silenzio, e quasi provo
Vergogna d’esser io vostro padrone,
Chè il serio aspetto vostro assai m’impone,
E pur meschino in faccia a voi mi trovo.

III.
Volontier ci si indugia accanto al foco,
Nella lunga autunnal rigida sera,
Massime in vecchie case, ove fan poco
Schermo le imposte contro la bufera;

Io la serata intera
Spendo con gran diletto
Dinanzi al caminetto.

Danzan le fiamme sugli enormi alari
Volubili e scherzose e suonan liete,

La stanza empiendo di giocondi e vari
Riflessi, mentre sovra la parete

Si movono inquiete
L’ombre e i profili neri
Dei mobili severi.
[…]

V.
Ahimè! da queste cose
Son trascorsi molt’anni:
Il padre mio gli affanni
Del viver suo nascose

In solitudin tetra,
Finchè sotto la pietra
D’un sepolcro si pose.

Da lunga età la stanza
De’ gai ritrovi è muta,
Nè un passo più si muta
Nella sala ove usanza

Ebbero de’ miei padri
Le spose i piè leggiadri
Movere in lieta danza.
[…]

Il vento spesso viene
Di musical romore
Ottimo esecutore,
E al ballo bordon tiene;

Da solo fa le veci
Non d’una, ma di dieci,
All’uopo, orchestre piene.

La canna del camino
Gli serve di trombone
Con che il basso compone,
E forma il vïolino

Fischiando agli usci fessi,
E tra i vetri sconnessi
Aprendosi il cammino.

PICCOLO MONDO – IDILLIO DOMESTICO – Vittorio Betteloni (1870-77)

 

 

STRADA DI PAESE A SUD DI PARIGI – Telemaco Signorini (1873)

“…Maruzza guardava la porta del cortile dalla quale erano usciti Luca e Bastianazzo, e la stradicciuola per la quale il figlio suo se ne era andato coi calzoni rimboccati, mentre pioveva, e non l’aveva visto più sotto il paracqua d’incerata. Anche la finestra di compare Alfio Mosca era chiusa, e la vite pendeva dal muro del cortile che ognuno passando ci dava una strappata. Ciascuno aveva qualche cosa da guardare in quella casa, e il vecchio, nell’andarsene, posò di nascosto la mano sulla porta sconquassata, dove lo zio Crocifisso aveva detto che ci sarebbero voluti due chiodi e un bel pezzo di legno. Lo zio Crocifisso era venuto a dare un’occhiata insieme a Piedipapera, e parlavano a voce alta nelle stanze vuote, dove le parole si udivano come se fossero in chiesa. Compare Tino non aveva potuto durarla a campare d’aria sino a quel giorno, e aveva dovuto rivendere ogni cosa allo zio Crocifisso, per riavere i suoi denari. – Che volete, compare Malavoglia? gli diceva passandogli il braccio attorno al collo. Lo sapete che sono un povero diavolo, e cinquecento lire mi fanno! Se voi foste stato ricco ve l’avrei venduta a voi. – Ma padron ‘Ntoni non poteva soffrire di andare cosi per la casa, col braccio di Piedipapera al collo. Ora lo zio Crocifisso ci era venuto col falegname e col muratore, e ogni sorta di gente che scorrazzavano di qua e di là per e stanze come fossero in piazza, e dicevano: – Qui ci vogliono dei mattoni, qui ci vuole un travicello nuovo, qui c’è da rifare l’imposta, – come se fossero i padroni; e dicevano anche che si doveva imbiancarla per farla sembrare tutt’altra…”

I MALAVOGLIA – Giovanni Verga (1881)

“…E la sera, sull’imbrunire, come la Provvidenza, colla pancia piena di grazia di Dio, tornava a casa, che la vela si gonfiava come la gonnella di donna Rosolina, e i lumi delle case ammiccavano ad uno ad uno dietro i fariglioni neri, e pareva che si chiamassero l’un l’altro, padron ‘Ntoni mostrava ai suoi ragazzi il bel fuoco che fiammeggiava nella cucina della Longa, in fondo al cortiletto della straduccia del Nero, che c’era il muro basso e dal mare si vedeva tutta la casa, colle quattro tegole sotto cui si appollaiavano le galline, e il forno dall’altro lato della porta…”

I MALAVOGLIA – Giovanni Verga (1881)

“…Facciamo come le formiche, diceva padron ‘Ntoni; e ogni giorno contava i denari, e andava a girandolare davanti la casa del nespolo, a guardare in alto, colle mani dietro la schiena. La porta era chiusa, i passeri cinguettavano sul tetto, e la vite si dondolava adagio adagio sulla finestra. Il vecchio si arrampicava sul muro dell’orto, dove ci avevano seminato delle cipolle che facevano come un mare di pennacchi bianchi, e poi correva dietro allo zio Crocifisso, per dirgli cento volte: – Sapete, zio Crocifisso, se giungiamo a metterli insieme, quei denari della casa, dovete venderla a noi, perchè è stata sempre dei Malavoglia; ” ad ogni uccello il suo nido è bello” e desidero morire dove son nato. “Beato chi muore nel proprio letto”. Lo zio Crocifisso grugniva di si, per non compromettersi; e alla casa ci faceva mettere una tegola nuova, od una cazzolata di calcina al muro del cortile, per far crescere il prezzo…”

I MALAVOGLIA – Giovanni Verga (1881)

“…Bisogna arrivare a comprare la barca; la barca poi ci aiuterà a comprare la casa. Il nonno vorrebbe avere un’altra volta quella del nespolo, e anche a me mi piacerebbe, chè saprei dove andare a occhi chiusi, o di notte, senza battere il naso; e c’è il cortile grande per gli attrezzi, e in due salti s’è al mare. Poi, quando le mie sorelle saranno maritate, il nonno verrà a stare con noi, e lo metteremo nella stanza grande del cortile, che c’entra il sole; cosi quando non potrà più venire al mare, povero vecchio, se ne starà accanto all’uscio nel cortile,e nell’estate ci avrà li vicino il nespolo per fargli ombra. Noi prenderemo la camera la camera dell’orto, ti piace? e ci avrai accanto la cucina: cosi avrai ogni cosa sotto la mano, non è vero? Quando poi tornerà mio fratello ‘Ntoni gliela daremo a lui, e noi andremo a stare sul solaio. Tu non avrai che a scendere la scaletta per essere in cucina o nell’orto. – In cucina vuol essere rifatto il focolare, disse Nunziata. L’ultima volta che ci cuocevo la minestra, quando la povera comare Maruzza non aveva animo di far nulla, la pentola bisognava tenerla su coi sassi…”

I MALAVOGLIA – Giovanni Verga (1881)

VITA NEL CORTILE – Antonino Leto(1882)

“…Ah ecco: io m’ accostai alla finestra, sbigottito; a una piccola finestra che stava su un cortile. La casa di contro pareva disabitata; non si udivano voci umane; tutto era tranquillo. Ma sul tetto una gran moltitudine di passeri faceva un cinguettio accorante, continuo, senza fine; e sotto il tetto, sotto la grondaia, sul muro grigio, nell’ ombra grigia, una striscia di sole, una riga gialla, diritta acutissima, splendeva sinistramente, con una intensità incredibile. Io non osavo più voltarmi, e guardavo fisso la riga gialla, come preso da una fascinazione; e sentivo dietro di me ( comprendete?) mentre i miei orecchi erano pieni di quell’ immenso cinguettio, sentivo dietro di me il silenzio spaventevole della stanza, quel silenzio freddo che è intorno ai cadaveri…”

GIOVANNI EPISCOPO – Gabriele D’ Annunzio (1891)

“…Una sessantina di case disposte irregolarmente sull’unica strada, coperte da un tetto originale con la sommità che fuoriesce dalle mura di argilla e sassi, con la facciata che dà sul giardino, un fienile scalcinato per annesso, un granaio con un abbaino per piano, una stalla di traverso coperta di pacciamatura, qui e là pozzi con sopra un braccio di sostegno da cui pende una secchia, due o tre stagni che trabboccano durante i temporali, ruscelletti con i solchi tortuosi che segnano il corso: questo è il villaggio di Werst, costruito su due lati della strada, fra i pendii scoscesi del colle. Ma l’insieme è fresco e attraente: i muri, erbe arruffate che si mescolano all’oro vecchio delle stoppie, pioppi, olmi, faggi, abeti e aceri che si arrampicano su per le case che più in alto non possono salire. Dall’altra parte, ci sono gli strati intermedi della catena e, in fondo, le vette estreme dei monti, azzurri per la lontananza, si confondono con l’azzurro del cielo…”

IL CASTELLO DEI CARPAZI – Jules Verne (1892)

“…Quando rivedo nella memoria qualche casupola nera che ora specchia nel lago le sue gale di zotica arricchita, qualche gaia palazzina elegante che ora decade in un silenzioso disordine…”

PICCOLO MONDO ANTICO – Antonio Fogazzaro (1895)

“…Preceduto da un Bendicò eccitattissmo discese la breve scala che conduceva al giordino. Racchiuso com’era questo fra tre mura e un lato della villa, la reclusione gli conferiva un aspetto cimiteriale accentuato dai monticciuoli paralleli delimitanti i canaletti di irrigazione e che sembravano tumuli di smilzi giganti. Sul terreno rossiccio le piante crescevano in fitto disordine, i fiori spuntavano dove Dio voleva e le siepi di mortella sembravano disposte per impedire più che per dirigere i passi. Nel fondo una flora chiazzata di lichene giallonero esibiva rassegnata i suoi vezzi più che secolari; ai lati due panche sostenevano cuscini ravvoltolati e trapunti, anch’essi di marmo grigio, e in un angolo l’oro di un albero di gaggìa intrometteva la propria allegria intempestiva. Da ogni zolla emanava la sensazione di un desiderio di bellezza presto fiaccato dalla pigrizia. Ma il giordino, costretto e macerato fra le sue barriere, esalava profumi untuosi, carnali e lievemente putridi come i liquami aromatici distillati dalle reliquie di certe sante; i garofanini sovrapponevano il loro odore pepato a quello protocollare delle rose ed a quello oleoso delle magnolie che si appesantivano negli angoli; e sotto sotto si avvertiva anche il profumo della menta misto a quello infantile della gaggìa ed a quello confetturiero della mortella, e da oltre il muro l’agrumeto faceva straripare il sentore di alcova delle prime zàgare. Era un giardino per ciechi: la vista costantemente era offesa ma l’odorato poteva trarre da esso un piacere forte benchè non delicato. Le rose Paul Neyron le cui piantine aveva egli stesso acquistato a Parigi erano degenerate: eccitate prima e rinfrollite dopo dai succhi vigorosi e indolenti della terra siciliana, arse dai lugli apocalittici, si erano mutate in una sorta di cavoli color carne, osceni, ma che distillavano un denso aroma quasi turpe che nessun allevatore francese avrebbe osato sperare. Il Principe se ne pose una sotto il naso e gli sembrò di odorare la coscia di una ballerina dell’Opera. Bendicò, cui venne offerta pure, si ritrasse nauseato e si affretto a cercare sensazioni più salubri fra il concime e certe lucertuluzze morte…” 

IL GATTOPARDO – Tomasi di Lampedusa (1958)

“…Non era ancora notte chiusa e incassata fra le alte mura la strada si dilungava bianchissima. Appena usciti dalla proprietà Salina si scorgeva a sinistra la villa semidiruta dei Falconeri appartenente a Tancredi, suo nipote e suo pupillo. Un padre scialacquatore, marito della sorella del Principe, aveva dissipato tutta la sostanza ed era poi morto…”Quel ragazzaccio chissà cosa sta combinando per ora” pensava il principe mentre si rasentava villa Falconeri cui l’enorme bougainvillea che faceva straripare oltre il cancello le proprie cascate di seta episcopale conferiva nell’oscurità un aspetto abusivo di fasto...”

IL GATTOPARDO – Tomasi di Lampedusa (1958)

“…Salì la scala interna; passò per il salone degli arazzi, per quello azzurro, per quello giallo; le persiane abbassate filtravano la luce, nel suo studio la pendola di Boulle batteva sommessa. “Che pace, mio Dio, che pace!” Entrò nello stanzino del bagno: piccolo imbiancato di calce, col suo pavimento di ruvidi mattoni nel cui centro vi era l’orifizio per lo scolo dell’acqua. La vasca era una sorta di truogolo ovale, immenso, in lamierino verniciato giallo fuori e bianco dentro, issato su quattro robusti piedi di legno. Dalla finestra senza riparo il sole entrava brutalmente…

IL GATTOPARDO – Tomasi di Lampedusa (1958)

“…Appena entrato in casa fu assalito, come sempre, dalla dolcissima furia dei ricordi giovanili: tutto era immutato, il pavimento di coccio rosso come il parco mobilio; l’identica luce entrava dai finestruzzi esigui; il cane Romeo che latrava breve in un cantone era il trisnipote rassomigliantissimo di un altro cirnieco compagno suo dei violenti giochi; e dalla cucina esalava il secolare aroma del “ragù” che sobbolliva, estratto di pomodoro, cipolle e carne di castrato, per gli “anelletti” dei giorni segnalati; ogni cosa esprimeva la serenità raggiunta mediante i travagli della Buon’Anima…”

IL GATTOPARDO – Tomasi di Lampedusa (1958)

“…Celebrato che fu il Divino Sacrifizio, accettata la tazza di caffè offerta dal parroco, il gesuita si diresse di filato alla casa dello zio Turi. Non vi era mai stato ma sapeva che era una poverissima bicocca, proprio in cima al paese, vicino alla forgia di mastro Ciccu. La trovò subito e dato che non vi erano finestre e che la porta era aperta per lasciare entrare un po’ di sole, si fermò sulla soglia: nell’oscurità, dentro, si vedevano accumulati basti epr muli, bisacce e sacchi: don Turi tirava avanti facendo il mulattiere, aiutato, adesso, dal figlio…”

IL GATTOPARDO – Tomasi di Lampedusa (1958)

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